Recensione. “Atrapados – in trappola”, un thriller troppo soft per diventare cult

Una volta terminata la visione di “Atrapados – In trappola“, la prima sensazione è quella di trovarsi di fronte a un’occasione persa. La miniserie thriller Netflix, che sventola bandiera dell’Argentina, è liberamente ispirata al romanzo “Caught” di Harlan Coben e si svolge nella città di San Carlos de Bariloche, tra boschi, laghi e stradine di periferia prima di spostarsi, seppure in via temporanea, a Buenos Aires. La protagonista della serie è Ema Garay (Soledad Villamil), giornalista investigativa nota per la sua tenacia nello smascherare criminali. Il suo nuovo caso riguarda la scomparsa della sedicenne Martina Schulz (Carmela Rivero), svanita nel nulla dopo una festa locale. Le indagini la portano a sospettare di Leo Mercer (Alberto Ammann), un assistente sociale rispettato, con cui però sviluppa un rapporto personale ambiguo, mettendo alla prova il suo codice etico e professionale. Ma, come nel più scontato dei copioni, nulla è come sembra…
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Il cast annovera nomi importanti del cinema argentino: oltre a Villamil e Ammann, troviamo Juan Minujín nel ruolo di Marcos Brown, Matías Recalt come Bruno Meller Garay, Carmela Rivero nei panni di Martina Schulz e Fernán Mirás come Commissario Herrera. Tuttavia, le interpretazioni risultano spesso sopra le righe, e la regia di Miguel Cohan e Hernán Goldfrid non si può dire che sia un valore aggiunto o, comunque, in grado di potenziare la loro espressività. Alcune inquadrature sembrano scelte per necessità piuttosto che per una reale ricerca stilistica, avvicinando la serie più a una soap opera latinoamericana che a un thriller psicologico ad alta tensione.
Se il punto di partenza appare solido o, comunque ancorato attorno a un evento cardine, la narrazione finisce ben presto per diluirsi in una serie di sottotrame poco sviluppate e approfondite, tali da vanificare il ritmo delle puntate che risulta altalenante. Ad esempio, l’introduzione di un intrigo legato alla corruzione politica e alla speculazione edilizia sembra solo un pretesto per allungare il minutaggio, senza apportare reali e sconvolgenti colpi di scena. Insomma, un qualcosa in più per allungare il brodo. La stessa sceneggiatura, invece di costruire quella tensione tipica di questo genere di prodotti televisivi, disperde il focus della storia principale. Alcune inquadrature sembrano scelte per necessità piuttosto che per una reale ricerca stilistica, avvicinando la serie più a una soap opera che a un thriller psicologico ben costruito.
Uno degli elementi più deludenti di “Atrapados” è il mancato approfondimento dei temi trattati. Il grooming, la reputazione online, l’etica giornalistica e l’incomunicabilità generazionale sono tutti spunti potenzialmente interessanti, ma vengono affrontati in modo superficiale e scolastico. E Invece di sviluppare un discorso articolato su questi argomenti, la serie preferisce accumulare colpi di scena telefonati e situazioni già viste in decine di altre produzioni crime. Se poi, viene pubblicata contemporaneamente, o quasi, alla serie tv del momento, cioè “Adolescence“, beh, ne esce male male male…
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La serie, nonostante il suo potenziale, finisce per essere un prodotto standardizzato, pensato più per il binge-watching distratto che per un pubblico in cerca di una narrazione avvincente e originale. Se da un lato sarà probabilmente un successo di visualizzazioni, dall’altro si tratta di un thriller che difficilmente rimarrà impresso nella memoria degli spettatori. In definitiva, “Atrapados – In trappola” rappresenta l’ennesima dimostrazione di come il crimine seriale su Netflix sia diventato un genere preconfezionato, capace di attrarre il pubblico, ma spesso privo di quell’audacia narrativa che lo renderebbe davvero memorabile.
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