L’intervista. Elli De Mon presenta “Raìse”: un’opera rock tra espiazione e visceralità

Uscito da poco più di una settimana per i tipi di Rivertale Production, “Raìse”, il nuovo album della cantante, polistrumentista, songwriter e scrittrice Elli De Mon, sta riscuotendo un unanime successo di critica, con recensioni entusiaste su tutte le testate rock (e non solo) e un ammirato passaparola sui social, grazie ad un’ispiratissima e originale commistione di blues, stoner, rock, gospel e musica tradizionale rivisitata in una particolare chiave dark.
Alla vigilia della prima data di supporto a questo affascinante progetto, stasera presso La Soms di Corridonia (MC), abbiamo scambiato quattro chiacchiere con la talentuosa artista vicentina, che per la prima volta nella sua ultradecennale carriera (nel corso della quale ha condiviso il palco, sia in Italia che all’estero, con mostri sacri come Radio Birdman, The Jon Spencer Blues Explotion, Nick Olivieri e Afterhours, tanto per citare i più noti) ha scelto di utilizzare la lingua della sua terra d’origine, il dialetto vicentino, per raccontare la storia di Orso, un nobile francese vissuto ai tempi di Carlo Magno che, dopo essere divenuto re di Dalmazia, uccise in uno scatto d’ira padre, moglie e figlio e, dopo essersi ravveduto, iniziò un lungo pellegrinaggio di espiazione che lo condusse alla fine della sua esistenza a trovare finalmente pace alle pendici del monte Summano, posto ai piedi del piccolo comune di Santorso che proprio da lui prende il nome.
Leggi anche: “Singolarità Nuda”, jazz ed electro-pop tra psiche e cosmo
A proposito di prime volte, in questa sua nuova prova la De Mon ha anche usato per la prima volta un organico diverso dalla onewomanband al quale ci aveva abituato: infatti ad accompagnarla ci sono Marco Degli Esposti e Francesco Sicchieri, rispettivamente alle chitarre (ma anche all’harmonium) e alle percussioni/batteria, andando a comporre il trio che si esibirà dal vivo e che darà vita ad una esplosiva miscela sonora in cui agli strumenti classici di una rock band si andranno a mischiare sitar e dilruba.
L’intervista a Elli De Mon
Più che un semplice album, questo tuo “Raìse” è da considerare un progetto artistico (ed etnologico, aggiungerei) dall’ampissimo respiro. Ci racconti la sua genesi (ovviamente anche “sentimentale”) e come si è realizzato nella sua forma definitiva?
“Raìse” è nato da un’urgenza espressiva quasi viscerale. La storia di Sant’Orso mi accompagna fin dall’infanzia, come un sussurro costante proveniente dalla terra in cui sono cresciuta. Non è stata una scelta calcolata, ma qualcosa di inevitabile, come se questa narrazione attendesse solo il momento giusto per manifestarsi attraverso di me. La genesi vera e propria è stata quasi febbrile: dieci giorni di scrittura intensa in cui tutto è fluito con una naturalezza sorprendente. Ma il vero lavoro è iniziato dopo, nel processo di metabolizzazione che è ancora in corso. È come se avessi aperto delle porte interiori che non possono più essere richiuse. Questo album ha scavato profondamente, costringendomi a confrontarmi con antiche ombre e a intraprendere un delicato lavoro di elaborazione personale. Ciò che mi ha sempre affascinato della storia di Orso non è tanto la dimensione religiosa o agiografica – non essendo io cattolica – quanto la profondità umana del suo percorso. C’è un uomo che affronta il peso delle proprie azioni, che cerca redenzione e una nuova identità. È un racconto che trascende il contesto locale per toccare corde universali dell’esperienza umana. La forma definitiva è emersa attraverso un dialogo continuo tra la musica, il testo e le immagini che accompagnano il progetto, in un processo organico che ha trovato la sua espressione più autentica nel dialetto vicentino, l’unica lingua che poteva restituire pienamente la visceralità e la profondità di questa storia.
Dal punto di vista agiografico, molto si sa di Orso, il protagonista dei tuoi canti-canzoni. Ma quello che hai voluto raccontare tu chi era? Anzi, chi è, visto che, da come lo descrivi sembra un uomo che, con i suoi dubbi e tormenti, potremmo tranquillamente incontrare anche noi oggi “per strada”?
L’Orso che ho voluto raccontare va ben oltre la figura del santo locale. È un uomo che vive un profondo conflitto interiore, che compie un atto terribile – l’uccisione del padre e della moglie – e che da questo abisso inizia un cammino di espiazione e ricerca identitaria. In essenza, Orso sono io, sei tu, siamo tutti noi quando decidiamo di affrontare la verità su noi stessi. È chiunque arrivi al punto di smettere di nascondersi dietro capri espiatori, di proiettare le proprie paure sugli altri, di attribuire sempre all’esterno la responsabilità delle proprie sofferenze. Orso è il momento in cui scegliamo di guardare dentro noi stessi con onestà e coraggio, accettando le nostre ombre e assumendoci pienamente la responsabilità delle nostre azioni e delle nostre scelte. È un uomo che potremmo incontrare oggi per strada perché la sua lotta è profondamente attuale: il peso del passato, il bisogno di redenzione, la ricerca di un’identità autentica, la paura dell’altro, la ricerca costante del capro espiatorio. Orso rappresenta quel punto di svolta in cui smettiamo di cercare colpevoli fuori da noi e iniziamo invece un vero percorso di consapevolezza e crescita personale.
L’uso del vernacolo avito per i testi era una ratio autoriale ineludibile per rispettare l’ispirazione di questo tuo lavoro. Però, tra il dire e il fare, c’è spesso un abisso. In che modo sei riuscita a padroneggiare il dialetto vicentino e ad adattarlo ad una musica come la tua? Sei ricorsa a dei “consulenti” o hai fatto tutto da sola?
La scelta del vicentino non è stata casuale ma profondamente necessaria. Essendo la storia di Orso un mito che parla a livello universale ma che affonda le radici nella mia terra, doveva essere narrata nella lingua delle origini, nella lingua madre. Il dialetto non è solo un mezzo espressivo, ma un ponte verso l’autenticità dell’esperienza. Sorprendentemente, cantare in dialetto mi è risultato più naturale di quanto immaginassi. Forse perché è la mia lingua madre e tutto è venuto in modo fluido. Ho potuto sperimentare con nuovi timbri e, avendo una padronanza totale della lingua, mi sono concessa di giocare con alcuni suoni, come la “r” e la “s”, cosa che in inglese non mi sentivo sicura di fare. Mi sono sentita libera anche nell’uso delle parole, includendo termini volgari quando erano perfetti per esprimere il messaggio. Dal punto di vista metrico e interpretativo, questa scelta ha comportato una sfida significativa ma illuminante. La musicalità intrinseca del vicentino, con i suoi ritmi e le sue cadenze peculiari, ha richiesto un adattamento profondo ma ha anche aperto nuove possibilità espressive. Ho scoperto che il dialetto possiede una forza espressiva primordiale che il linguaggio standardizzato ha perso, suona ancestrale per molti versi.
Leggi anche: Premio Biagio Agnes 2025: tra i vincitori Conti, Cazzullo e Fagnani
Rispetto ai tuoi precedenti ellepì, qual è stato lo scarto più significativo a livello compositivo e nella definizione degli arrangiamenti (che sono davvero variegati e ben pensati)? E il passaggio da onewomanband a un gruppo vero e proprio, che Elli De Mon ci regalerà dal vivo?
Lo scarto più significativo è stato proprio nell’approccio compositivo. Ho voluto un suono che fosse ruvido, ancestrale, capace di evocare il peso della storia che raccontavo. Ho cercato sonorità che oscillassero tra il rituale e il viscerale, tra il sacro e il terreno, combinando strumenti tradizionali come il contrabbasso e le percussioni con elementi più sporchi e distorti tipici del rock e dello stoner, e con strumenti etnici come il sitar e la dilruba. Questo disco attinge alle diverse esperienze musicali che hanno segnato il mio percorso: gli arrangiamenti della musica classica (sono diplomata in contrabbasso classico), i droni della musica indiana che adoro, lo stoner dell’adolescenza, il blues dell’età matura. È come se tutte queste influenze trovassero finalmente un punto di convergenza in un linguaggio sonoro personale e coerente. Quanto al passaggio a una formazione più ampia, è nato da una duplice esigenza. Da un lato, la complessità e la ricchezza sonora del disco richiedevano naturalmente un organico più articolato. Dall’altro, ho sentito il bisogno di uscire dalla mia zona di comfort, di aprirmi a nuove possibilità espressive attraverso il dialogo musicale con altri musicisti. Dal vivo ci presenteremo in trio, con Marco e Francesco. È una dimensione nuova per me, abituata a esibirmi da sola, ma sentivo il bisogno di una resa sonora più potente e stratificata. Il live sarà molto dinamico, con continui cambi di strumenti e atmosfere, per restituire la complessità sonora di “Raìse”. Sarà una sfida, anche perché noto che c’è diffidenza sia verso il dialetto che verso questa nuova formazione, ma sono determinata a portare avanti questa nuova dimensione artistica nonostante lo scetticismo.
Leggi anche: “Una prova d’astuzia”, il libro di Maurizio Amigoni al battesimo di fuoco del crowdfunding
Ti confesso che, da quando ho cominciato ad ascoltare “Raìse”, ogni tre per due mi capita di canticchiare il ritornello di “Orso”, anche se almeno altri due o tre pezzi (tipo “Foresto” o “Babastrii”) hanno lo stesso, tellurico appeal da “singolo”. Come sei riuscita a coniugare le necessità del concept album con la stesura dei singoli pezzi? Sono nati tutti in uno stesso arco temporale o no? E da quale, se uno ce n’è, ti senti più rappresentata in questo tuo nuovo corso?
La scrittura delle canzoni è avvenuta in modo quasi febbrile nell’arco di quei dieci giorni intensi di cui ti parlavo. È stato come se ogni brano fosse un tassello necessario di un mosaico più ampio, con una sua identità specifica ma al contempo parte integrante della narrazione complessiva. Non ho mai pensato in termini di “singoli”, ma piuttosto ho lasciato che ogni pezzo trovasse la sua voce autentica all’interno del percorso narrativo di Orso. Brani come “Orso“, “Foresto” o “Babastrii” hanno effettivamente una loro immediatezza, ma questo è emerso organicamente dal processo creativo, non da un calcolo precedente. Ciascuna di queste canzoni rappresenta una tappa fondamentale del viaggio interiore del protagonista, e forse è proprio questa autenticità narrativa che conferisce loro quella qualità tellurica e quel potere evocativo che hai colto. Se dovessi scegliere un brano che mi rappresenta maggiormente in questo nuovo corso, farei fatica a indicarne uno solo. Ogni canzone porta con sé una sfaccettatura diversa del percorso di Orso, che è anche in parte il mio. Forse “Orso” stessa, per la sua centralità narrativa, o “El Me Moro” per la sua capacità di trasformare profondamente una canzone tradizionale, caricandola di tutto il suo peso drammatico. Ma in realtà credo che l’album vada ascoltato nella sua interezza per cogliere pienamente il viaggio che propone.
Le recensioni che le riviste di settore ti stanno dedicando in questi giorni esprimono un unico, unanime consenso nei confronti di questo ellepì. Adesso come ti muoverai per cercare di promuoverlo al meglio qui da noi? Cercherai di suonarlo quanto più possibile dal vivo, magari anche in contesti non troppo soddisfacenti per un’artista di (riconosciuta) levatura internazionale come la tua o no? In che modo, infine, un’indipendente par tuo può sperare di ottenere uno spazio adeguato qui in Italia?
L’idea è certamente quella di portare “Raìse” in giro il più possibile, cercando spazi adatti all’atmosfera intima e intensa del disco. Abbiamo già una serie di concerti fissati nei prossimi mesi, con un calendario in continua costruzione. Sto anche riscoprendo il piacere degli house concert e dei piccoli teatri, luoghi in cui il pubblico è più attento e ricettivo, dove si può creare un dialogo autentico con l’ascoltatore. La verità è che sto incontrando alcune difficoltà nel promuovere questo progetto. C’è una duplice resistenza: da un lato la diffidenza verso l’uso del dialetto, dall’altro lo scetticismo verso questa nuova formazione in trio. Il mio non è un disco folk tradizionale, ma un’opera rock con diverse influenze, persino stoner. Far passare questa idea è complesso: si ha una visione della musica in dialetto molto parziale, legata alla tradizione. Il mio giro rock n’roll è diffidente, le persone appena scoprono che ho fatto un disco in dialetto mi guardano stranite.
A questo si aggiunge la situazione generale dei locali italiani che propongono un certo tipo di musica e che stanno attraversando un periodo particolarmente difficile. È un contesto che non facilita la presentazione di progetti innovativi o fuori dagli schemi consueti. Come artista indipendente in Italia, la strada per ottenere uno spazio adeguato passa inevitabilmente dal creare una connessione autentica con il pubblico, un ascoltatore alla volta. Non c’è una formula magica, ma solo il lavoro costante e la determinazione di portare avanti la propria visione artistica, anche quando questo significa andare controcorrente. La cosa fondamentale è il supporto di chi ascolta e partecipa ai concerti: fa davvero la differenza.
Ultima domanda: bolle qualcosa in pentola a livello puramente narrativo? E, già che ci siamo: per te che sei una scrittrice oltre che una musicista è sempre facile decodificare un “impulso” letterario da uno a sette note o i due piani rimangono piacevolmente confusi?
In effetti, qualcosa bolle in pentola. Ho già pronto un progetto che svelerò a tempo debito, oltre a nuove idee che stanno prendendo forma mentre sono completamente immersa in “Raìse”. La mente non smette mai di lavorare, e il viaggio creativo è in continua evoluzione. Quanto alla distinzione tra impulso letterario e musicale, credo che nella mia esperienza i due piani si intreccino in modo inestricabile. “Raìse” stesso ne è un esempio: l’album è affiancato da un libro illustrato che reinterpreta la leggenda di Sant’Orso attraverso un monologo introspettivo del protagonista, strutturato in dodici canti come le tracce dell’album. Le mie parole vanno ad ampliare e spiegare quelle dei testi del disco, creando un ponte tra il mito e l’esperienza umana contemporanea. Non percepisco una separazione netta tra queste due forme espressive, ma piuttosto un dialogo continuo, un’osmosi creativa. A volte un’immagine letteraria suggerisce una melodia, altre volte è una progressione armonica a evocare parole. È una danza tra linguaggi diversi che si nutrono a vicenda, contribuendo a una visione artistica unitaria. Questo approccio integrato mi permette di esplorare le stesse tematiche da prospettive complementari, arricchendo entrambe le dimensioni.